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Gang

La Dea si fa dolce

Scritto da deasciamano. Scritto in Gang

Era ormai qualche mese che Eros si era trasferito per convivere con la sua Dea. Aveva però mantenuto i rapporti con alcuni colleghi, anche perché svolgeva lo stesso lavoro di prima, benché in una città diversa, e a volte gli capitava di ricevere chiamate per problemi riguardanti i suoi ex-clienti. A metà settimana lo chiamò Carlo, il venditore migliore del precedente ufficio, uomo curato ed eterno scapolo, una persona interessante, non solo nell’ambito lavorativo. “Hai cambiato casa? Bene, sono contento!” “Si, mi ero rotto del centro città, troppo casino, traffico. Ho preso una villetta in collina, in un posto carino. Senti, sabato ho organizzato una cena con tutti gli altri, mi farebbe piacere se venissi anche tu.

Ovviamente è invitata anche la tua dolce metà. Non vi aspettate che cucini io, però! Ahahahahah! Ci siamo messi d’accordo, ognuno porta un pezzo e io metto il vino. “Ok, vedo di organizzarmi. Va bene se noi portiamo il dolce?” “Stai tranquillo, tu vieni da lontano, non portare nulla, se non la tua bella.” “Ti do conferma per venerdì, ok?” “Dai, fammi sapere. Ti saluto che devo entrare da un cliente.” “Ciao Carlo. Fai il bravo e non spennarlo, mi raccomando! Ahahahahah!” Era l’occasione per passare un fine settimana insieme a Bimba nella propria città, e di farle conoscere i colleghi con cui per alcuni anni aveva lavorato. Sarebbero poi stati da lui, nella casa che aveva voluto mantenere, il suo legame alla città natale. La sera stessa le chiese se avesse voglia di andare a quella cena, certo della risposta positiva. “Chi ci sarà, bimbo? Tutti i tuoi colleghi?” “Così mi ha detto Carlo. Ci saranno anche le rispettive compagne.” “Mhhhh… Lo sai che io non vado d’accordo con le donne. Preferirei fare una cena fra soli uomini!” “Guarda che da questo punto di vista Carlo non si farebbe problemi, è uno scapolo convinto, e sciupafemmine”, scherzò lui. “Interessante. E dimmi”, continuò con gli occhi accesi, “com’è questo Carlo?” “Sui quarantacinque anni, brizzolato, un uomo interessante e piacevole. Ma il problema sono gli altri colleghi e le loro donne, quindi non fare pensieri troppo colorati, ok?” “Peccato!” Bimba finse un disappunto che in realtà non provava affatto. Non aveva intenzione di fare nulla di trasgressivo, non avrebbe mai permesso che le donne dei suoi colleghi di un tempo scoprissero le qualità nascoste del suo uomo, anche se non lo avrebbero mai più rivisto: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. “Piuttosto”, continuò serio Eros, “dovremo portare il dolce. Ognuno preparerà una portata diversa, a noi conviene portare una torta gelato, o delle paste, qualcosa del genere.” “Lo faccio io il dolce, amore.” Lo guardò da monella, come era solita fare quando voleva stuzzicarlo, giocando sul filo sottile dei doppi sensi. Lui sospirò, avvicinandosi per baciarla. “Pensi che non possa essere abbastanza dolce con i tuoi amici?” “No, anzi, saresti fin troppo… Golosa!” Venerdì pomeriggio, finito il lavoro, Bimba e Eros si ritrovarono per tornare a casa. Erano stati due giorni impegnativi, e l’appuntamento del week-end era scivolato via dai pensieri. Lo Sciamano aveva fame, non vedeva l’ora di cenare e di rilassarsi. E fare qualcosa di divertente nel week-end insieme alla sua bambina. “E se domani sera andassimo, che ne so, al cinema?” “Ma non dobbiamo andare a cena con i tuoi colleghi?” “Cribbio, me ne ero scordato. E non ho ancora sentito Carlo!” Lo chiamò immediatamente. “Ciao, bandito. Ti disturbo? Ti confermo che ci saremo anche noi domani sera.” “Ciao vagabondo. Senti, c’è un piccolo problema. Ti chiedo scusa se non ti ho chiamato prima, ma ho avuto da fare.” “No problem. Dimmi, spero nulla di grave.” “No, no, il fatto è che quegli storditi dei tuoi ex colleghi mi hanno chiesto di rimandare. Devono andare ad un concerto, ma non mi chiedere di chi.” “Ah, peccato. Gli tirerò le orecchie la prima volta che li vedo.” “Senti… Io ho organizzato lo stesso una cena con altri miei amici. A dire il vero ha insistito un mio amico. Continua a dirmi che devo inaugurare la casa nuova, e nel modo giusto.” “Cosa vuol dire nel modo giusto?” “Ascolta, questo mio amico ha dei giri strani, dice che porta delle donne, che vuol farci divertire.” Eros rimase un attimo in silenzio. Guardò la sua compagna, impegnata nella guida. Si voltò, sentendosi osservata. “Ci sono problemi?” Le fece un cenno, poi riprese al cellulare. “Quindi non ci sarà nessuno dell’ufficio? E in quanti sarete?” “Una decina, più le due tizie che vuol portare questo mio amico. A me fa piacere se vieni anche tu, ma non so se può far piacere alla tua ragazza una serata simile.” “Carlo, non sapevo che ti fossi infilato in queste situazioni losche! Ahahahah!” “Ma che cazzo me ne frega! E quel cretino che ha combinato tutto. Se succedono casini butto fuori casa tutti quanti a calci nel culo!” “E non ci saranno altre coppie?” “Forse una, o due. Ho alcuni amici che cambiano compagna una volta al mese, e non credo si facciano problemi a portarle. Tanto ho organizzato una sorta di buffet, perché non cucina nessuno di quelli lì.” “Ti richiamo fra cinque minuti e ti dico se veniamo.” “Mi dispiace per il cambio di programma. Se vi fa piacere venire siete i benvenuti. Dimmi qualcosa, ti aspetto. Ciao.” Eros sospirò, voltandosi verso la sua bimba. “La vita non va mai come ti aspetti.” “Cosa è successo?” “Nulla di che, un cambio di programma. O meglio, cambio degli invitati.” Spiegò velocemente come si sarebbe sviluppata la serata, e chi vi avrebbe partecipato. Bimba sorrise, commentando. “E bravo Carlo. Quindi il suo amico porta delle puttanelle? E gli amici di Carlo quanti anni hanno?” “Credo siano suoi coetanei, bene o male, su per giù.” “Dai, digli che andiamo. Voglio vedere che cosa combinano!” “Ok, ma guarda che non dobbiamo più portare il dolce.” “Peccato!” I suoi occhi erano accesi e allegri, come piacevano a lui. Partirono sabato pomeriggio. Ci avrebbero impiegato due ore circa. Eros si era vestito con jeans, camicia, maglioncino e il suo vecchio giubbotto di pelle nera. Bimba indossò una gonna a balze, sopra il ginocchio, allegra e vaporosa, camicetta con polsini e colletto a volant, esaltato da un cardigan scollato a V, una giacchetta sciancrata di velluto nera che la rendeva squisita e deliziosa, e comodi stivali di pelle, a punta tonda, di stile piratesco. Incontrarono traffico sulla tangenziale, data l’insistente pioggia di quei giorni, e arrivarono con un leggero ritardo, dovendo telefonare più volte a Carlo per orientarsi nel dedalo di stradine che si diramavano sulla collina sopra la città. L’esterno della villetta sembrava ben curato, per quanto il buio non potesse renderle onore. Parcheggiarono su un piccolo piazzale ricoperto di ghiaia, di fianco a diverse macchine, una decina circa, e suonarono alla porta, aspettando nel freddo umido della sera. Carlo sorrise, felice di rivedere il suo compagno di lavoro. “Guarda chi si rivede! Come stai?”, rivolse un sorriso a Bimba, continuando con enfasi, “Ci credo che ti sei trasferito per una donna splendida come lei!” Li fece accomodare, presentandosi a Bimba e prendendo le loro giacche e la bottiglia di vino che avevano portato. “Venite, venite. Vi chiedo scusa, ma essendo un buffet credo che qualcuno abbia già incominciato a servirsi.” La casa sembrava essere stata ristrutturata da poco, arredata in stile moderno, pulita e accogliente. L’ospite li introdusse in un’ampia sala da pranzo, al cui centro spiccava un grande tavolo ovale di legno scuro; su due lati della stanza, su ampi carrelli, stavano le vivande. Salutarono gli invitati, mentre le teste non impegnate in conversazione, si voltarono, ricambiando il saluto con sorrisi. Carlo li presentò a quelli più vicini all’ ingresso, poi si assentò, chiamato a gran voce dalla cucina. Non conoscendo nessuno, ascoltarono i discorsi degli altri, intervenendo qua e là, ridendo delle battute goliardiche che volavano. Erano tutti uomini, a parte le compagne di due invitati, che aiutavano Carlo a disporre le pietanze nei vassoi e a portarle dalla cucina alla sala, e altre due donne, appariscenti e per nulla carine, che, per modo di vestire e trucco usato, erano chiaramente l’attrazione della serata preannunciato da Carlo al telefono. Stavano in disparte, parlottando unicamente tra loro e con un cinquantenne dai capelli impomatati e tirati indietro. Nel complesso gli invitati risultarono essere persone piacevoli e con cui poter conversare in maniera leggera; il cibo era all’altezza di quello che ci si poteva aspettare da un single che organizzava una cena a buffet: tutti mangiavano, bevevano, chiacchierando allegramente. Finito di preparare le cibarie, comparvero in sala anche le restanti due donne, semplici e decisamente più alla mano rispetto alle due tristi donne di compagnia. Carlo si divideva fra tutti gli ospiti, trattava tutti con cortesia, e sembrava felice della serata. “Carlo, ma quelle due?” “E che ne so io? Le ha portate Beppe, ma non mi ricordo neanche più come si chiamino. Sono bruttine, e non se le caga nessuno!” “Ahahahah! E’ messo male questo Beppe se gira con tipe così!” “Lui è contento, si sente uomo. Non gli ho neanche chiesto dove le abbia trovate, non lo voglio sapere. Io non le toccherei neanche fossero le ultime due donne rimaste sulla faccia della terra.” Si allontanò di nuovo, servendosi da un carrello. Eros e Bimba si guardarono, scoppiando a ridere. In effetti erano due tristi figure, e a meno che di immaginarsele in un bordello dei più squallidi e malfamati, era difficile dar loro una connotazione che giustificasse la loro presenza in quella compagnia. Difficilmente sarebbero state l’attrazione della serata, checché ne pensasse il presunto latin lover che le aveva portate lì. Carlo e le due aiutanti portarono vassoi carichi di frutta, e visto che la cena volgeva al termine, Beppe si dava da fare per animare e scaldare l’ambiente, agitandosi intorno alle sue due donnine, baciando ora l’una, ora l’altra, cercando di metterle in mostra per il pubblico presente, palpando loro le tette, alzando le gonne. Qualcuno si avvicinò, visto lo spettacolino, nell’indifferenza di tutti gli altri. Bimba osservava, richiamando l’attenzione del compagno su quello che stava accadendo dall’altra parte del tavolo. “Hai visto? Dai che succede qualcosa.” “Sperem, bimba. Altrimenti tocca fare a noi.” La Dea si voltò, con un sorriso smagliante. “A-ah… Dici davvero? Ma non pensi che Carlo possa imbarazzarsi? O che possa prendersela? Ha detto a tutti i suoi amici che eri davvero bravo sul lavoro, affidabile, che risolvevi tutti i problemi tu.” Gli buttò le braccia al collo, e si appoggiò sul tavolo, sedendosi e agganciandolo con le gambe, tirandolo a sé. “Chissà cosa penserebbero i suoi amici se facessi un po’ la porcellina?” Eros la baciò, avvertendo i primi movimenti nel basso ventre. “Lo sai che quando incominci così, quando mi parli in questo modo sensuale, io non ti so resistere.” “Mhhhh… Interessante, sai? Perché ho proprio voglia di fare la troietta per te, per tutti questi uomini che sembrano così indifferenti. Pensi che gli possa piacere la mia fichetta?” Gli prese la mano, e gliela infilò sotto la gonna. “Senti come mi sto bagnando… Lo senti?” Le scostò le mutandine, cercando di non farsi notare. Riuscì ad aprire le grandi labbra, giusto per sentire l’indice scivolare, sgusciare via sul suo miele. Tirò fuori la mano e si succhiò beatamente il dito. Limonarono, mentre lui si accertava ancora del suo stato di eccitazione, che andava aumentando di secondo in secondo. “Dici che alla fine qualcuno lo ha portato il dolce?” “Non lo so, bimba.” “Potrei far io da dolce per i commensali, non trovi?” “Oh si, miele divino per far sbiellare tutti quanti!” Dietro le spalle di lei, Eros osservò alcuni invitati che seguivano Beppe in palpatine alle due improbabili entraineuses, in cerchio intorno a loro, ma sapeva perfettamente che se avesse voluto, la sua bimba avrebbe sbancato la serata, facendo impallidire le due sgualdrinelle per sensualità e lussuria. Guardò il vassoio della frutta, e gli venne un’idea. “Vado a prendere un po’ di frutta. Ne vuoi?” Lei aveva già capito dove volesse andare a parare, aveva già avuto brividi di eccitazione pensando a quanto potessero diventare golosi quei frutti, se presentati e serviti nella giusta maniera. “Certo che si. Voglio le banane più lunghe e grosse.” Le sorrise, mentre lui arretrava verso i carrelli, senza riuscire a staccarle gli occhi di dosso. Gli leggeva negli occhi quell’amore, quella venerazione che non la abbandonavano mai, neanche quando si lanciavano nei giochi più sporchi e perversi: erano occhi che non mentivano, era la magia della loro stupenda unione. In quel momento si convinse che si sarebbero divertiti anche in quel frangente. Tornò con un piatto colmo. Lo appoggiò sul tavolo e scelse una fragola, la più grande. “Mordi solo la punta. Voglio sentire la tua patatina profumare di fragola.” “Ma allora dobbiamo dare spettacolo… No?” “Si, ma prima te la voglio leccare per bene!” Le prese le gambe, sollevandole, e la spinse sul tavolo, in modo che potesse restare comodamente sdraiata. Fece risalire la gonna lungo le gambe fasciate da autoreggenti scure, scostò le mutandine e immerse la faccia in mezzo alle cosce, cacciando la lingua in un caldo delirio di voglia, raccogliendo in bocca il divino sapore della sua donna. Avvertì un brusio nella sala, ma continuò, infilando due dita e torturando il clitoride con la punta della lingua, lappando e godendo il lento e costante fluire del miele in bocca. Si tirò su quando le carezze sul capo glielo suggerirono. L’attenzione era tutta per loro, anche se le due squillo si stavano esibendo per il loro magnaccia e altri due ospiti, e una delle due coppie regolari si stavano lasciando andare ad evidenti effusioni amorose. Carlo se la rideva, scuotendo il capo: mai più avrebbe immaginato una simile inaugurazione per casa sua, e non poteva certo immaginare quello che sarebbe seguito da lì a poco. Eros prese la fragola spuntata, e la strofinò sul clito, sulle labbra, la spinse dentro e fuori; poi la fece annusare alla Dea, e la mangiò, occhi negli occhi. Di fianco a loro si accomodò la coppia che delle due sembrava più propensa a lasciarsi andare, mentre all’altro capo del tavolo qualche patta si sbottonò, per far odorare cazzi alle due sciattone, che improvvisamente sembrarono rianimarsi. Lo Sciamano prese un’altra fragola e la infilò intera nel fiore caldo che non chiedeva altro; la girò e rigirò dentro, poi lappò la fica al gusto miele-fragola, continuando a titillarla con il frutto. Mangiò anche quella, dividendola con la sua dolce metà. Ma quando ne prese un’altra, Bimba lo fermò. “Non fare l’egoista, bimbo, ci sono altri commensali che hanno fame di frutta. E di fica.” Eros si scostò. La coppia di fianco gli sorrise: volevano giocare anche loro. Mise il piatto con la frutta in mezzo a loro, di modo che potessero cogliere i frutti per il loro piacere. Scelse un’altra fragola, mentre la Dea pinzò una manciata di ciliegie; se ne infilò due in vagina, addolcendole del suo miele, e agitandole sotto al naso del primo goloso che si era avvicinato. Lo guardò negli occhi e lasciò che le mangiasse dalle dita le due palline rosse e lucide. “Io do una cosa a te e tu ne dai una a me: menati, voglio vederti duro, dai.” Quello non se lo fece ripetere due volte. Eros sbottonò cardigan e camicetta, slacciò il reggiseno e, morsa una fragola, la sfregò sui capezzoli già duri. “Chi vuole leccare queste tette meravigliose?” Finì di sfregare la fragola sui capezzoli, in mezzo al seno, lasciando scie di succo e zuccheri, e subito in due, uno per parte, si fecero sotto, leccando, succhiando, palpando lentamente. Quello che si menava, col cazzo duro, prese una banana, la sbucciò aiutato da Bimba, e la infilò lentamente. Di fianco a loro si replicava il giochino della macedonia di fica e tette. Dietro si era accomodata la seconda coppia, che disdegnò le fantasie fruttate, e si dedicò ad un canonico rapporto di penetrazione. Le due sgualdrine erano ora in ginocchio, a succhiar cazzi che svettavano sulle loro facce consumate. La sala era permeata dall’odore di sesso, di mugugni, di sospiri. La banana uscì dalla fica di Bimba, e venne immediatamente sbranata. Eros salì sul tavolo, e, inginocchiatosi, tirò fuori il bigolo duro, dandolo da succhiare alla Dea. Uno dei due tizi che le leccavano le tette, venne agganciato dalla coppia di fianco, facendosi spompinare, mentre il compagno, già stanco del giochino, la pompava in fica. L’altro si accodò a quello della banana, e presa un albicocca matura, la infilò dentro Bimba, poi l’aprì in due metà e gliela strusciò sulla fica, mangiando poi con gusto. “Ti fa proprio godere fare la troia, eh? Prendilo tutto in gola, dai, fai vedere quanto sei golosa!” Lei mugugnò, e si staccò giusto il tempo per chiedere un'altra banana dentro. “Portate uno spremi agrumi e fate succo della frutta”, esordì lo Sciamano, “e berrete dolce nettare da questa fica divina!” Nel frattempo arrivò la seconda banana, spinta nella vagina da più mani, divisa poi da più bocche; e poi un’altra, e un’altra ancora. Erano tutti in tiro, attorno a Bimba e all’altra donna, stesa di fianco a lei, che svuotato il compagno e si faceva scopare da uno dei tanti amici. Il tavolo sobbalzava per i colpi che gli ospiti infliggevano alle due squillo, per quelli della coppia solitaria che dietro di loro continuava nel proprio amplesso. Eros scese dal tavolo, e infilò Bimba con forza, spingendo fino a fondo corsa, strusciandole sulle tette frutti smembrati e colanti, godendo della vista di lingue che leccavano la pelle della sua bimba. Bimba si inarcò, afferrando le teste dei due che le stavano ripulendo il seno, contorcendosi a suo modo, spingendoli via, in preda all’impeto dell’orgasmo. Poi, ancora con il fiato corto, rip rese il suo lecca-lecca fruttato, colato di nettare orgasmico. Arrivò finalmente lo spremi agrumi pieno di succo zuccherino, e Eros ordinò che le sollevassero le gambe: dita avide le aprirono il fiore, mentre le riempivano la passera di liquido fruttato, fin quando fu piena e tracimò fuori. Bimba strinse le gambe e si tirò su in posizione seduta, sul bordo del tavolo. Lo Sciamano continuò a menarsi, godendosi lo spettacolo: a turno, uno dopo l’altro, i porci si sedettero per terra, di fronte al fiore della Dea, che contraendo e rilassando i muscoli vaginali, pisciò nettare nelle loro bocche, che gorgogliavano riempiendosi, fino a deglutire con gusto. Bimba lo guardò un attimo prima che venisse. Aprì la bocca e accolse tutti i filoni di sperma che lentamente colavano dalla cappella, dall’asta dura, che, scendendo, accarezzavano i coglioni, prima di finirle in pasto. “Scopami ancora, ho voglia!” La fece distendere prona sul tavolo, e la prese da dietro, poggiandole le mani sul culo, divaricandole le chiappe; poi le afferrò i fianchi, per poter spingere al meglio, e continuò, anche dopo l’orgasmo di lei. Prese lo spremi agrumi e riversò il restante contenuto sul culo, con il membro ancora dentro. Uscì e le leccò l’ano insaporito, la fece girare ancora, nella posizione di prima, e finì di leccarle la fica, ciucciando, infilando la lingua a fondo, distinguendo i sapori dei vari frutti che componevano quella meravigliosa macedonia di fica. Bimba le venne ancora in bocca, scivolando giù dal tavolo, accasciandosi fra le sue braccia, sotto il tavolo. Eros la tirò su, facendola sedere sul legno scuro, tenendola appoggiata a sé, in un tenero abbraccio. Vicino a loro diversi uomini continuavano a scoparsi la tizia della prima coppia. L’altro duetto aveva già finito, e osservava la scena, rifiutando gli approcci degli altri commensali. Le due puttanone si avvicinarono, per far gruppo e prendere altri cazzi. “Riempitele la fica di calda sborra”, disse Eros, “e fatela succhiare con delle cannucce da quelle due mignottone.” Le due, chiamate in causa, non capirono se doversi offendere per l’insulto o eccitarsi per la proposta, e fissarono lo Sciamano con sguardo vacuo. “Si che vi piace bere sborra, eh?” Bimba gli andò dietro nel gioco e chiese altre banane, che fossero verdi e dure. La tizia che continuava a farsi scopare urlò in preda all’orgasmo, urlò che voleva farsi riempire di sperma fino a scoppiare. Si creò la fila davanti al suo sesso: succhiava e tirava a lucido cappelle, che poi la riempivano e tornavano a farsi succhiare, fin quando non arrivarono le cannucce. Le portò lo stesso Carlo, con una faccia a metà tra lo sconvolto e l’incredulo. Anche il macho Beppe si era sgonfiato e parecchio ridimensionato: abituato alla canonica sborrata in faccia alle due zoccole, guardava stupito col cazzino moscio quello che stava succedendo. Eros infilò le cannucce, e Bimba tirò per i capelli le due pompe idrovore umane, ordinando loro di svuotare quel serbatoio di sborra. E mentre eseguivano con cura, in ginocchio davanti al sesso fradicio e colante bianco seme, le piantò nel culo le banane verdi, spingendo a fondo, ruotandole dentro i loro buchi. Quelle succhiaron o tutto , rendendo le cannucce colorate più scure, man mano che lo sperma le riempiva, fluendo dalla vulva alle loro bocche. Intorno alle due battone si menavano, duri, tutti quelli che ancora volevano godere. Si menavano, cercando le attenzioni della Dea, chinata a torturare viscere che incominciavano ad accogliere e cullare i frutti verdi. Ma lei ignorava i vogliosi bigoli, divertita dai mugugnii di dolore dovuti alla sua tortura. Senza che nessuno se ne fosse reso conto, aveva preso in mano il comando, e con fare deciso ordinò alle due di alzarsi. Fu su quelle due sfattone che infierì ancora, imponendo il carattere di mistress che cercava ancora il sottile piacere della dominazione. “Stendetevi sul tavolo a pancia in su e allargate le gambe, cagne!” Il suo tono non ammise repliche, né rifiuti. Esausta, la donna della prima coppia, si alzò, con la fica che ancora colava sperma, e lasciò loro il posto. Fu una vista buffa vedere quei due culi flosci e cellulitici da cui spuntavano ormai solo le estremità delle banane. Le estrasse senza troppi complimenti, e si rivolse all’interessato pubblico maschile. “Le signore gradirebbero farsi sfondare il culo. Prego, accomodatevi!” Lasciò il posto ai cazzi duri, che fecero come aveva detto. Passando di fianco a Eros gli accarezzò il bastone ancora in tiro, e gli sussurrò all’orecchio “Ho voglia di giocare ancora un po’ con quelle due. Poi ti voglio bere ancora.” Scelse due arance, le più grosse, e tornò sulla scena del delitto, seguita dallo sguardo dello Sciamano, che intuendo cosa volesse fare, si sedette comodamente sul tavolo, aspettando che la sua bimba si divertisse come più le aggradava. Bimba sfregò le arance sui sessi delle due, mentre cazzi duri entravano e uscivano dagli ani dilatati. Le premette sulle labbra, le girò, sfregandole con maggiore forza, godendo dei loro versi strozzati, a metà tra piacere e dolore. Poi gliele spinse dentro, completamente, una dopo l’altra: l’effetto fu simile ad un risucchio. Le arance entrarono, gonfiando i loro sessi, spuntando appena dalle vagine, ruotando, lucide, dentro le carni, per la penetrazione e lo sbattimento dei bigoli nei rispe ttivi culi. Salita nuovamente sul tavolo, si stese supina in mezzo alle due, spingendole via di lato, creandosi lo spazio perché non le fossero addosso, con la testa che sporgeva dal tavolo e le gambe aperte, comoda per toccarsi e accogliere in bocca il membro di Eros. Lo Sciamano adorava quella posizione, sapeva che con la testa reclinata indietro a quel modo, poteva spingerle l’asta fino in fondo alla gola, che venendo le avrebbe riempito la bocca, le avrebbe imbrattato il viso, creando un’opera d’arte di sublime fattura. Afferrò una banana verde incontaminata e infilò il pene fra le labbra vogliose di Bimba. Lei, con una mano lo masturbava, succhiandolo, e con l’altra si menava il clitoride; lui, infilatale la banana nella fica, la scopava lentamente. Al loro fianco, frutto della deviata fantasia, due luride e sfatte troie urlavano in continuazione, come se fossero una catena di montaggio, oggetti di piacere per porci golosi; quelle urla non fecero altro che aumentar e la perversa libidine del gioco, fino a che, guardandosi negli occhi, non vennero insieme: sperma caldo che lei inghiottì, che lascio colare dagli angoli della bocca perché le disegnasse in viso sentieri caldi di piacere, le sue mani che afferrarono la banana, girandosela dentro, seguendo la pulsione, le ondate dell’orgasmo, la cappella di Eros che le uscì di bocca per sfregarsi sulle labbra, perché venisse ripulita dalla lingua. E occhi avidi e invidiosi che li accarezzavano, non li lasciavano neanche per un attimo. Eros l’aiutò a scendere dal tavolo, avevano entrambi le gambe molli per quell’ultimo orgasmo. La allontanò dal gruppo, proteggendola. La pulì delle tracce di tutto il piacere, perché si potesse rivestire, la baciò con passione, sapendo che quella sera, una volta giunti a casa, si sarebbe preso cura di lei con coccole e carezze, fino a vegliare sul suo sonno. Lei si strinse al suo petto, esausta e goduta. Carlo comparve improvvisamente, stravolto anche lui. “Volete il caffè?” La domanda era grottesca, e scoppiarono tutti e tre a ridere. Lo ringraziarono, rifiutando, e una volta rivestiti, si avviarono verso l’ingresso, per recuperare le giacche e ritirarsi a casa di Eros, per godersi ancora e sempre del loro dolce amore, sacro, puro, intoccabile. Dalla sala non si sentivano più amplessi, ma voci concitate, fra le quali colsero quelle sgradevoli delle due puttanelle e di Beppe, di un’ottava più alta. Salutarono Carlo, ringraziandolo ancora per l’ospitalita' e la bella serata. Lui ricambiò, con un sorriso sincero in fondo agli occhi. Guardò Eros, e gli battè una pacca sulla spalla. “Tu ti sei sistemato per la vita. Siete fortunati, vi siete proprio trovati.” Si sentirono imbarazzati per un attimo, fin quando Carlo non proseguì, con tono pacato e serio, facendo un elegante baciamano a Bimba. “Non ho mai visto donna splendere più di te. Siete proprio fortunati voi due. Fatevi sentire quando ricapitate da queste parti.” Lo ringraziarono ancora, contenti e sollevati per le belle parole. Erano quasi arrivati all’auto, quando Carlo li chiamò ancora. Si voltarono, scorgendolo al fondo dei tre scalini davanti all’ingresso. “Sentite un po’… Ma… Le arance, come le tiriamo fuori? Non vengono via!” “Bella domanda, Carlo. Vedila così: domattina a colazione Beppe si farà due belle spremute!” Risero tutti i tre, di gusto, mentre da dentro si alzarono nuovamente le voci delle due vittime e di un macho che non sapeva più che pesci prendere.

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